29/12/2011
EDUCARE GLI EDUCATORI: AMORE, PASSIONE, EMOZIONE
Morin denuncia spesso la scuola come “scuola del lutto” dove, soprattutto nel percorso finale, quello universitario si ergono muri invalicabili tra le discipline e i saperi sul mondo e sull’uomo; la conoscenza è così racchiusa nelle casseforti delle varie materie in cui essa è suddivisa senza la possibilità di aperture. L’unità e la continuità della vita è spezzettata irrimediabilmente, con un puzzle di pezzi non combacianti e con la pretesa di racchiudere in sé un universo concluso ed esauriente. La struttura stessa del sapere parte dall’osservazione della vita basata sulla logica della complessità. Natura e cultura, mente e corpo, unità e diversità, razionalità e irrazionalità non si presentano come entità astratte e oppositive, bensì come interattive e dialoganti. Pensiamo di dire cose ovvie e scontate? Basterebbe osservare quanta fatica si fa, in ogni ordine e grado dalla scuola alla realtà lavorativa, per far dialogare le varie discipline. Riconoscendo la complessità della natura umana e di ogni realtà è necessario avviare la ricerca di un metodo che consenta di dominare e interconnettere le varie forme di conoscenza senza mutilarle. Il pensiero complesso richiede un dialogo con l’universo attraverso un metodo che sollecita un pensiero aperto senza mai chiudere i concetti. Il pensiero complesso transdisciplinare di Morin ha un unico oggetto, la physis, (la natura) e un unico obiettivo, la ricerca di un metodo migliore per pensare e affrontare i problemi con cui l’Umanità si confronta. Il “vangelo della perdizione”, professato da Morin, annuncia la buona-cattiva novella sostenendo che: dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli, per vivere autenticamente la nostra comunità di destino e di morte terreni. Allora in questo senso, trovare il meglio possibile è nella coscienza, nell’amore e nella fraternità, nell’evitare la prematura morte dell’umanità attraverso una unità dell’uomo come specie vivente. La Terra non può essere concepita come l’addizione di un pianeta, più la biosfera, più l’umanità, ma viceversa come una totalità complessa, fisica-biologica-antropologica. In questo ambito si rivela fondamentale il contagio emotivo che ogni insegnante può provocare negli studenti attraverso alcuni accorgimenti. Ogni apprendimento avviene in un contesto ricco di emozioni piacevoli dove un adulto entusiasta (anche nel senso etimologico di offrirsi con sacrificio) coinvolge i propri studenti. Tali premesse potrebbero sembrare ovvie e banali ma non lo sono per niente. Bisognerebbe intanto differenziare l’entusiasmo per la materia che non sempre collima con l’entusiasmo per insegnare quella materia. L’entusiasmo per insegnare, secondo una ricerca di Kunter, Brunner, Krauss e Baumert, nel 2008 pubblicata su learning and instruction, 18, 468-482, accresce una serie di valutazioni da parte degli alunni riguardanti il senso di sfida cognitiva, l’insegnante fa domande, stimola il desiderio ad apprendere, cattura l’attenzione e ottiene il silenzio in classe, è attento alle difficoltà e ai problemi dei ragazzi a va loro incontro. In quest’ottica l’entusiasmo diventa una strategia di insegnamento, sebbene l’entusiasmo deve scaturire da una sincera gioia per l’attività che si svolge in quanto fingere emozioni che non si provano è costoso sul piano psicologico. Oggi volendo misurare le personali motivazioni, emozioni e strategie verso l’insegnamento, i docenti possono fare riferimento a un test apposito validato nel contesti italiano: il MESI, acronimo che sta per Motivazioni, Emozioni, Strategie nell’Insegnamento. Si tratta di una batteria di strumenti adatti a valutare le componenti strategiche, motivazionali ed emotive dei docenti, anziché degli studenti. Il test permette di valutare anche singole emozioni specifiche per progettare interventi mirati a risollevare situazioni problematiche legate a distress lavorativo, dropout, burnout o depressione. Da ciò scaturisce che l’indagine e le ricerche sulle emozioni piacevoli hanno presentato numerosi vantaggi per chi le esprime e per chi ne è contagiato. Gli effetti possono essere sintetizzati in cinque fasi:
- Ampliano il repertorio di pensieri, di ragionamenti e di ricordi; facilitano la creatività e una visione globale d’insieme; fanno propendere per la ricerca di soluzioni alternative piuttosto che per l’applicazione di algoritmi; favoriscono uno studio personale ed efficace anziché mnemonico.
- Si accompagnano ad una atteggiamento propositivo verso la scuola e allo stare bene in classe. Quindi promuovono l’emotività piacevole nei ragazzi.
- Favoriscono associazioni positive con i contenuti trasmessi. Se l’insegnante trasmette emozioni piacevoli, ogni volta che gli alunni ritorneranno su quella disciplina proveranno con maggiore probabilità gioia, felicità, piacere, senso di sfida, anziché noia o rabbia.
- Motivazioni ed emozioni si influenzano a vicenda fino a creare spirali di benessere.
- Prevengono disturbi dell’umore e la depressione, poiché è stato dimostrato che gli stati depressivi discendono principalmente da un basso livello di emozioni piacevoli, non da una eccessiva emotività spiacevole. Pertanto volendo risollevare situazioni in cui i ragazzi sono a rischio di sviluppare sintomi depressivi o manifestano eccessivi stati d’ansia è importante agire nella direzione di incrementare i livelli di emozioni piacevoli, fra cui l’entusiasmo.
In particolare , in una prospettiva molto attuale che è quella del life long learning, apprendimento nella vita, un passo fondamentale consiste nel creare le basi per il desiderio di apprendere. Allora le emozioni piacevoli accendono la motivazione e favoriscono l’apprendimento, i processi di pensiero, il benessere alimenta la fiducia in sé e spesso generano risultati positivi. Questi non vanno intesi solo come voti buoni o promozioni a gogò, ma come premessa per attuare delle strategie e metodologie di insegnamento mirate a rendere l’attività insegnante interessante e piacevole. L’insegnante è colui che “lascia un segno”, probabilmente più di uno, nel bene e nel male. Fra i migliori non ci sono quelli che conoscono puntualmente la propria materia ma che la usano come arma per frustrare l’incompetenza dei propri allievi, ma vi sono docenti che consapevoli della propria competenza nella disciplina trasmettono entusiasmo e ricevono emozioni in un processo circolare che rafforza gli studenti ma è un ottima risorsa, per il docente, per attingere nuovo entusiasmo nelle quotidiane fatiche di insegnare.
Ps. Per approfondire si consiglia il testo:
MOTIVATI SI NASCE O SI DIVENTA? Di Angelica Moè edito da Laterza, Roma 2011.
Trepuzzi 29 dicembre 2011
Massimiliano Cananà
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27/12/2011
UNA NUOVA EDUCAZIONE PER IL FUTURO
UNA NUOVA EDUCAZIONE
Il sapere è un meccanismo che presenta numerose variabili, spesso ad uccidere la vera conoscenza è il sapere parcellizzato, ridotto ai minimi termini della specializzazione. Questo comporta una perdita del globale.
La crisi della politica deve far comprendere che alla base del cambiamento umano vi è una cultura educativa basata sul dono che ogni generazione deve fare alle future generazioni. Le nostre istituzioni politiche ed economiche negli ultimi anni, ben consapevoli, hanno operato atti di vero cannibalismo sociale, divorando le future generazioni e mettendole nelle condizioni di rompere i delicati equilibri democratici che esse stesse avevano creato.
Una legge fondamentale dell’esistenza stabilisce che nessuno di noi sceglie di nascere e meno che mai sceglie di morire, tranne casi particolari. L’uomo, pertanto è un viandante e per questo ha in sé un destino comune dal non essere al non essere. Per rendere più accettabile questa nostra condizione c’è solo un antidoto: l’amore e la solidarietà tra gli uomini e la natura.
Soprattutto nel campo economico bisogna ridimensionare la politica del profitto a tutti i costi, ponendo delle regole inderogabili dettate dall’esigenza di solidarietà e di rigore. Quando una moltitudine di persone non hanno di che sopravvivere anche la nostra effimera sostanza diventa un possesso relativo. Sebbene la storia del passato non insegni nulla ai popoli, perché sopraffatti dall’istinto del benessere, basterebbe guardare la storia recente, la caduta dei regimi totalitari, la fine del comunismo, la primavera araba, sono i prodromi di un bisogno naturale, il vivere serenamente. Ma tutto ciò può avvenire in modo traumatico o in modo equilibrato, sta a noi decidere. Tirare troppo la corda pensando al nostro benessere immediato significa mettere in discussione la democrazia faticosamente conquistata. Quando i popoli scoprono che tale democrazia è uno strumento per dare fiato alla speculazione dei magnati dell’economia ecco che anche la loro ricchezza diventa relativa a tal punto che si disgrega in poco tempo, Gheddafi docet.
Allora rifondare l’educazione significa riorganizzare la cultura del pensare attraverso un noi Europa, noi Terra, attraverso uno sviluppo sostenibile, energie rinnovabili, equilibrio nella ricchezza, rispetto delle diversità e delle individualità. Per raggiungere questi obiettivi è necessario una politica mondializzata con la consapevolezza di un destino comune. Comprendendo che tutta l’umanità ha un destino comune, è necessaria una politica comunitaria e mondializzata, guidata da un ‘etica antropocentrica.
L’antropo-etica è il collante per il miglioramento delle azioni educative e formative all’interno di ogni civiltà. Uno dei concetti base della psicologia cognitiva ci dice che il sapere è pertinente solo se si è capaci di collocarlo all’interno di un contesto. Non è più il problema di immagazzinare tutto il sapere, una cultura enciclopedica come Pico della Mirandola, ma di organizzarlo in qualcosa di significativo e ben strutturato per apprendere.
Allora è necessario costruire l’educazione delle giovani generazioni, partendo dalla presa di coscienza della realtà complessa, attraverso un metodo capace di compiere collegamenti e confronti. La storia di molte scoperte rivoluzionarie ci hanno mostrato come spesso uomini colti ma ancora non fossilizzati nell’iperspecializzazione della materia, siano stati in grado di osservare fenomeni tali da determinare la costruzione di teorie rivoluzionarie. È il caso del naturalista Darwin, nel corso di una crociera sul Beagle, fece un elevato numero di osservazioni per arrivare a formulare la sua teoria dell’evoluzione. È il caso di Wegener, nel 1912, osservando il mappamondo nota che la faccia ovest dell’Africa e la costa orientale del Brasile si adattano l’una all’altra. Nasce la teoria della deriva dei continenti, teoria rifiutata dagli specialisti perché teoricamente impossibile, ma poi riconosciuta cinquant’anni dopo con la scoperta della tettonica delle placche.
Allora la riforma del pensiero educativo non deve abbattere le discipline, anzi ha lo scopo di articolare, di collegare fra loro le diverse discipline come nella realtà. Tutto deve convergere in una unità multidimensionale della realtà antropo-sociale, utilizzando tutte le discipline interessate comprese quelle che riguardano le realtà immaginarie, l’arte, la musica, il cinema ecc. allora è necessario ripensare tutte le discipline nel collegamento osmotico di una polidisciplinarietà che renda i giovani consapevoli di vivere una realtà complessa, e all’interno di questa prospettiva, lo studio della letteratura, della musica, dell’arte figurativa, della lingua, non sono mere attività ornamentali ma scuole di vita e si tratta di scuole di vita della complessità. Leggere i romanzi di Balzac, di Verga, di Dickens, di Dovstoevski, di Tolstoj, Svevo, Moravia, Calvino significa apprendere ciò che le scienze non arrivano a dire, in quanto ignorano i soggetti umani nella loro complessità. Sappiamo bene che gli adolescenti partono alla scoperta e alla conoscenza di se stessi attraverso gli eroi in cui si identificano. La loro azione sarà tanto decisa e tanto positiva soprattutto quando si identificheranno nei miti positivi, problematici, complessi, mentre oggi siamo consoni relegarli davanti a giochi artificiali facendogli perdere il contatto con la realtà, per il nostro egoismo di tenerli al sicuro in casa mentre noi genitori spesso ignoriamo i pericoli della rete, così la nostra egoistica sicurezza si trasforma nella fragilità dei nostri figli, adatti a vivere un mondo virtuale ma incapaci di affrontare la realtà.
Trepuzzi 26122011
Massimiliano Cananà
08:17 Scritto da: max0712 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala |
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25/12/2011
QUALE DESTINO PER L'EUROPA?
I periodi di crisi sono sempre i più fecondi, nel determinare la nascita di nuove realtà e di nuove forme sociali e organizzative. Niente è più naturale della necessità per creare il nuovo, persino il mondo nasce per un necessario equilibrio dell’universo. Ma come è necessario tale equilibrio così è necessario che non si abbia la patetica idea di essere il centro del mondo. Non esiste il centro nell’Universo, Giordano Bruno docet, non esiste un centro sulla terra ma tutto è centro e periferia. Per questo ebbene ricordare che oggi assistiamo, anche se inconsapevoli, alla fine della Nazione –Stato per far nascere una più equilibrata e prolifica Europa come unione confederata di stati ultranazionali. L’Europa dopo due grandi conflitti mondiali si è purgata del peccato di onnipotenza e di egoismo, generato con il colonialismo e con le forze nazionalistiche, destinate naturalmente a implodere nella innaturale forma di omologazione settaria. La diversità, così in natura come tra gli uomini è la vera ricchezza di ogni organismo. Questo è solo l’inizio di un grande futuro per un Europa nuova e sempre più aperta. Io penso che l’Europa del domani dovrà recuperare lo spirito Rinascimentale, partendo da una integrazione di tutto ciò che manca oggi all’Europa. Un continente dell’attivismo, della pratica, dello sviluppo economico e materiale, ma che ha sottostimato e sottosviluppato la parte poetica e meditativa dell’esistenza, quella parte riflessiva che è vera fucina di idee nuove. Tutto ciò che le culture orientali, come quella cinese e indiana, avrebbero potuto apportare. Adesso è tempo di recuperare tale scambio per poter rivitalizzare l’Europa e riproblematizzare il senso di Dio, del mondo, della vita, dell’uomo. Bisogna ripartire dalle domande per riflettere sulla propria identità di Europa. Quale Dio? Quale vita? Quale società? Quale economia?. Di conseguenza la classica distinzione tra scienze della natura e scienze umane non è più ammissibile. Le classiche domande, che cos’è l’uomo, che cos’è il mondo, che cos’è l’uomo nel mondo? Che la scienza aveva rinviato alla filosofia, oggi irrompono attraverso la complessità, nel cuore stesso della scienza, stimolando una nuova esplorazione del concetto stesso di realtà.
Credo che gli Stati-Nazionali non debbano sparire, ma devono perdere il loro carattere assoluto. Come in passato dai grandi imperi e dalla monarchia assoluta ci siamo emancipati attraverso democrazie più o meno efficienti, ora è tempo di modificare la politica mondiale attraverso confederazioni nazionali che possano decentralizzare le scelte che riguardano le realtà locali, le esigenze degli individui di un dato territorio ma che abbiano in tale diversità un obiettivo comune, l’uomo come valore, come civiltà e come centro delle politiche internazionali, interetniche, interreligiose. Per fare ciò bisogna partire da un nuovo sistema di educazione, difficile da rifondare perché va ad intaccare strutture mentali e istituzionali. In questo rinnovamento educativo si deve prendere coscienza delle nostre radici terrestri e del destino planetario. Morin in un saggio “terra patria”, introduce un neologismo “reliance”, modellato sui termini religio e allianca, dove l’etica della reliance, nuova religione del progresso, privilegia tutto ciò che unisce, lega, non divide, comunica e accomuna. Tutto questo non è utopia ma necessità.
Massimiliano Cananà
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20/12/2011
AUGURI DI BUONE FESTE A TUTTI
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STUDIO PER LE VACANZE DI NATALE CLASSI I F, IVE,VE
ATTIVITA’ DI STUDIO PER IL PERIODO NATALIZIO 201112
CLASSE I F
Antologia: cap. 5 tema, messaggio, contesto es. pag. 67-70 n. 1,2,3,4,5,6.
Laboratorio di scrittura: la lettera esercizi pag.61 n.1,2,3,4.
Grammatica : completare l’aggettivo esercizi a pag. 155, 156,157,158 tutti gli esercizi di sintesi.
Lettura del romanzo L’Ultima legione.
CLASSE IV E
Lettura del romanzo di Pavese: la casa in collina
Latino : versioni da Alma Roma pag.180 n. 157 e 158
CLASSE VE
LETTURA DEL ROMANZO DI PAVESE: LA CASA IN COLLINA
LATINO: VERSIONI DAL TESTO DICTA MAIORUM pag. 411 n. 345 e 346.
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11/12/2011
Geologo a Londra. Senza biglietto di ritorno.
Geologo a Londra. Senza biglietto di ritorno.
Tornare in Italia? Sempre più difficile per Daniele Cravino, 32enne geologo, nonché protagonista della puntata odierna di “Giovani Talenti”. In una splendida lettera di autopresentazione ai lettori del blog, Daniele spiega così perchè -nella sua storia di vita e professionale- lui abbia già oltrepassato il “punto di non ritorno”.
“Sono un geologo di 32 anni e scrivo da un limbo. Il limbo di coloro che, stanchi di un’Italia immobile e affossante, l’hanno lasciata per l’estero e che ora, dopo alcuni anni, si chiedono se ci siano le condizioni ed i presupposti concreti per il ritorno. Sospeso tra il desiderio costante di costruire un progetto professionale nel mio Paese, e la triste consapevolezza di dover cercare altrove per soddisfare le mie legittime aspirazioni. Mi sono serviti quattro anni di vita professionale post-Laurea per zavorrarmi ad un’amara, ma lucida verita’. Che l’Italia e’ un Paese senza vento, in perenne, colpevole, bonaccia. Ho speso stancamente questi quattro anni tra precariato, prospettive di carriera nulle, livelli salariali ridicoli, scarsi investimenti nella formazione. Un contesto lavorativo statico e passivo, con potere di attrazione nullo, che non garantisce alcuna certezza nel medio e lungo termine. Ma non sono il tipo che sprofonda nella rassegnazione cronica. Ho sempre pensato che per giungere all’affermazione di te stesso come individuo non ti puoi permettere troppa autocommiserazione. Dovevo, gioco forza, cercare un’alternativa che riflettesse le mie ambizioni e valorizzasse le mie capacita’. Detto, fatto: Londra è stata la mia meta. Lavoro per una multinazionale di progettazione geo-ingegneristica. Escavazione di gallerie in ambiente urbano sono il mio pane quotidiano. Stilando un bilancio della mia avventura inglese, sono convinto che un’esperienza professionale all’estero arricchisca chiunque la intraprenda, perche’ promuove la tua crescita personale, fornisce prospettiva e visione globali, consente di maturare una spiccata spinta all’imprenditorialismo, e di integrare il know-how di un Paese straniero con quello nostrano. In sintesi, incrementa esponenzialmente il tuo potenziale di competitivita’ sul mercato delle risorse umane.
Mi sento all’apice delle mia potenzialita’. Sento una voglia pulsante di testare le mie capacita’, di apprendere, di sfruttare le mie doti creative e gestionali, in un ambiente di lavoro stimolante e meritocratico, dove non si soffoca l’iniziativa e non si premia il privilegio. Qui ho trovato regole trasparenti, meccanismi di selezione espliciti, politiche e programmi di sviluppo in grado di promuovere opportunita’.
E’ l’Italia in grado di offrirmi tutto questo? E’ l’Italia un’opzione plausibile, in risposta alle mie aspirazioni? Al momento, la risposta e’ negativa, non ci sono le basi e le prospettive per “credere” nel rientro. E piu’ passa il tempo, piu’ scema la voglia di rischiare un salto nel buio, e piu’ si concretizza la consapevolezza che lasciare alle spalle l’Italia sia una scelta da fare senza troppi rimpianti.
Alla luce dei fatti, il punto di non ritorno, forse, me lo sono gia’ lasciato alle spalle”.
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07/12/2011
LENTAMENTE MUORE- NERUDA
Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
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06/12/2011
La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia”.
“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia”. (C. Pavese).
PASSATO: “aggettivo: trascorso, avanzato, andato oltre, allontanatosi nel tempo; nome: IL TEMPO TRASCORSO E CIÒ CHE VI È AVVENUTO”. Tutto ciò che è accaduto prima che io scrivessi queste righe è già “passato”, ancora prossimo, molto recente, ma tendente al remoto, con lo scorrere del presente, con l’aumento del passato stesso. A questa descrizione fredda e distaccata del passato come storia, come successione dei fatti, si aggiunge un’altra, quella che lo intende come tradizione, come base per la crescita dei popoli che hanno creato essi stessi la storia, come fondamenta di un palazzo che possiamo denominare “Oggi”, e che ad ogni piano, anzi ad ogni scalino che lo percorre presenta un gradino, un punto della Storia senza il quale essa non sarebbe stata tale!
Caro Nonno,
scusami, ho iniziato a scriverti senza rivolgerti neanche un saluto, soprattutto senza dirti che mi manchi. Da quando sei andato via, penso spesso ai momenti trascorsi insieme, in modo particolare a quello che mi raccontavi. Ti divertivi a stupirmi con le tue avventure di guerra, che però implicavano sempre qualcosa di più profondo: avevi combattuto, avevi avuto paura, avevi vinto, eri stato sconfitto, ti arrestarono, passasti lunghi mesi in prigione… ma quello che mi raccontavi erano le amicizie nate lì, amicizie vere che ancora ti stavano a cuore. Mi parlavi di valori che rispettavi solennemente, di valori umani e morali che un tempo nessuno ignorava. Rimpiangevi il rispetto verso la tradizione che chiunque aveva, guardavi il tuo passato come tuo maestro. “Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia”. (C. Pavese). Sembra quasi che Pavese abbia ascoltato i tuoi racconti… oh, ma lo ha fatto! Ne sono sicura! Ci sarà stato qualche tuo compagno che gli ha detto tutto: i sentimenti di chi è stato partecipe di quegli avvenimenti non differiscono molto dai tuoi, ne sono convinta. Potranno descriverli diversamente, ma guarderanno sempre all’importanza che essi, come te, davano ai valori per cui erano lì. In giro nei paesini incontro tanti vecchietti come te, mi accorgo ascoltandoli, di quanto tengono al loro passato, lo criticano, certo, ma vorrebbero tanto ritornarci, vorrebbero che tutti lo tenessero in considerazione. “Si stava meglio quando si stava peggio” dicono.
Guardaci oggi, crisi, crisi e ancora crisi, solo perché nessuno si è permesso di guardare la storia, di guardare a quei valori che dicevi tu, di rispetto verso la società e verso gli altri. A scuola ci insegnano la storia, il latino, proprio per recuperarla. Fanno tanti sforzi perché essa sia rivalutata, perchè non vada persa nel tempo, perchè anche le nuove generazioni la conoscano e siano consapevoli di come sono andate le cose, perché “la giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” dice Pavese. Ma tutte queste parole mi sembrano buttate al vento, mi sembra che nessuno ne tenga conto, c’è solo un unico pensiero egoista che si rivolge allo sviluppo, imprigiona qualsiasi ambito e non tiene conto degli aspetti negativi che potrebbe avere, o meglio non prende in considerazione quelli positivi su cui potrebbe basarsi per crescere in modo sano. Prendendo spunto dalla citazione di Pavese, oggi ci siamo spenti, abbiamo spento il senso vitale del passato. E più ci si allontana dal particolare cittadino, più ci si allontana dal legame con il passato. Basta ascoltare il telegiornale di questi giorni: quante proteste di cittadini contro la società? Quanti sbagli del governo si sarebbero potuti evitare leggendo la storia? E non si parla soltanto di Italia, ma l’intera Europa si è dimenticata delle lezioni che il passato ci ha lasciato.
Nonno, io sono stata fortunata a capire i tuoi racconti, rimpiango di averli un po’ dimenticati, forse non li ho ascoltati bene, ma ce li ho dentro, sappilo, li ho custoditi con cura. E te lo ripeto, mi manchi, mi mancano i tuoi insegnamenti.
Scusa se ti ho chiamato Nonno, caro Passato, ma vi rivedo l’uno nell’altro, ve ne siete andati lasciando un vuoto incolmabile, maestri ineccepibili di una materia indispensabile, la Storia.
Beatrice Campa
IV E
21.11.11
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03/12/2011
IL MITO DI ULISSE UN TOPOS LETTERARIO
05:51 Scritto da: max0712 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala |
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