23/02/2012
LE SBERLE DI PLATONE E VIRGILIO AI NATIVI DIGITALI
Il recente articolo di Maria Pia Biroccesi solleva questioni di primaria importanza per ogni classicista che sia impegnato nella didattica. Gli studenti con i quali lavoro (insegno latino e greco) spesso (e giustamente!) si pongono la domanda sull’utilità di un esercizio oggettivamente molto impegnativo qual è quello della traduzione. Questa impresa infatti richiede conoscenze sicure nelle due lingue (quella di partenza – il latino o il greco, e quella di arrivo – l’italiano), richiede la pazienza (quindi il tempo) di applicazione di un metodo e richiede anche la disponibilità al rischio di affrontare l’ignoto (non sai in anticipo che cosa ti sta per dire il passo che hai di fronte).
Dire che il nostro mondo vuole “tutto e subito” non è certo un’osservazione originale (ma è solo un atteggiamento del nostro secolo? è una tendenza, presente in tutti i tempi, cui la ragione può mettere correttivi?): certo è che il “tutto e subito” si scontra con il lavoro di pazienza dell’esercizio traduttivo dal latino e dal greco, e molto spesso lo rifiuta.
Per quanto mi riguarda, trovo che proprio il fatto che la domanda sul significato di questa attività riemerga continuamente, negli studenti ma anche in me, sia segno che ci troviamo di fronte a qualcosa di interessante. Infatti un’esperienza educa nel momento in cui una persona la fa propria: in questo senso la domanda sul valore dello studio delle lingue classiche e conseguentemente sul valore dell’esercizio traduttivo rimane aperta, perché ciascuno deve trovare e far sua la risposta: non una volta per tutte, ma ogni volta di fronte alla situazione (in genere, di difficoltà...) in cui un testo chiede di essere decodificato e risignificato.
D’altra parte, istituzionalmente (nei programmi del liceo classico rimane lo studio delle lingue classiche e il “voto nello scritto”) è sostenuto il valore formativo di questa prassi tradizionale: dunque la risposta alla domanda sul senso di tale esercizio non può essere solo affidata all’intuizione del singolo, ma deve proporsi anche in sede istituzionale.
Tradurre un passo d’autore, anche solo di 10-12 righe, chiede tempo e fatica: lo studente di fronte a un testo deve applicare, in un contesto nuovo, delle conoscenze precedentemente acquisite, usando (o creando) dei modelli di metodo. È evidente a chiunque vi rifletta anche solo un attimo il formidabile potenziale di questo esercizio. Lo scoglio contro cui di solito però si frantuma l’entusiasmo è duplice: da una parte le conoscenze precedentemente acquisite son spesso incerte, dall’altra anche nel momento della traduzione occorre l’impegno che faccia fronte alle difficoltà inaspettate.
Per altro lo studente si accontenta in genere di capire più o meno il significato del passo proposto e di ripresentarlo in un italiano quanto meno ardito e sicuramente non usuale (non è la lingua che usa quando parla né che usa quando scrive un tema), a meno che non cerchi una traduzione già pubblicata (tutti i classici sono facilmente reperibili in italiano, stampati ma anche on-line), interrogandosi ulteriormente sull’utilità di una produzione maldestra a fronte di eccellenti e comode offerte alternative.
L’osservazione di tutto ciò rende scettici spesso non solo gli studenti, ma anche gli insegnanti stessi, come osserva Maria Pia Biroccesi che espone molto chiaramente la situazione.
E tuttavia il momento traduttivo è l’esperienza di un incontro con un altro da me che, se ha scritto, riteneva di avere qualcosa da comunicare e, se è stato trascritto nel corso dei secoli da ignoti copisti, si è imbattuto in qualcuno che ha ritenuto importante ciò che egli intendeva comunicare. Occorre però la pazienza e l’umiltà di non saltare passaggi, di non cercare scorciatoie ma di mettersi in ascolto, consapevoli che il testo abbia qualcosa da dire. Spesso nella prassi invece lo scritto è lo scotto da pagare, insieme allo studio di regole linguistiche e paradigmi, per conoscere il pensiero degli autori classici. Senza riflettere adeguatamente sul fatto che non si dà pensiero senza lingua e che se il pensiero modella la lingua, anche la lingua modella il pensiero.
Un mondo dove il “tutto e subito” è imperante, dove “meno faticoso” significa “migliore” non può apprezzare questo lavoro di pazienza e di ascolto: ma senza allenarsi all’ascolto non se ne può raggiungere la capacità, e senza capacità di ascolto la realtà sembra muta, così da perdere lo spessore che la fa invece interessante.
06:35 Scritto da: max0712 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala |
| OKNOtizie | |
Facebook |
19/02/2012
Noi, genitori part-time, perché ci stupiamo del prof che spaccia in classe?
Non è che a Firenze gli insegnanti sono più cattivi: stavolta le forze dell’ordine e il coraggio dei genitori hanno colpito lì. Ma il degrado professionale e umano dell’educazione offre esempi di rilievo in ogni parte d’Italia. Riconoscerlo, tacendo dei luminosi modelli educativi che danno ancora fiducia e speranza, non è pedante moralismo nostalgico dei tempi andati.
E’ uno sguardo realistico sulle scuole dove ci illudiamo che i nostri figli siano guardati e fatti diventare uomini coscienti e liberi.
Perché? I tempi sono difficili, e si impazzisce con frequenza; oppure i ragazzi sono più difficili, è difficile tenerli, capirli, farsi ascoltare.
O le famiglie, direbbero i professori, non ci sono più, sono vetrine vuote, delegano soltanto o protestano, intimano, gridano, non c’è alcun patto con la scuola. O invece sono i modelli sociali, la televisione, facebook. Quello va sempre bene da incolpare, soprattutto se ci ostiniamo a non volerlo conoscere.
Tutti hanno ragione, e nessuno. Spiace dover ancora una volta parlare di crisi antropologica, che diventa incapacità a far figli, ad educarli, ad aiutarli a costruire un futuro.
Perché un insegnante dovrebbe dedicare metà di ogni sua giornata a mocciosi più o meno sfacciati, a seconda dell’età, a ripetere di anno in anno sempre le solite cose, per 1500 euro al mese (quando va bene)?
Perché dovrebbe sopportarsi gli sberleffi, le lamentele delle madri, le invidie dei colleghi, e la puzza delle aule sporchette, il caos delle entrate a spintoni, la tiritera dei compiti a casa, in classe, perchè? Farsi di coca ha altri vantaggi. Ti svaghi, dimentichi le tue frustrazioni, fingi complicità coi giovani per sentirti giovane ancora.
Qualche sberla produce effetti: finchè non ti beccano instauri il terrore, o almeno ti sfoghi. La legge, è vero. Ma le leggi si trasgrediscono sempre e dappertutto, non bastano le regole a tener vivi la ragione e il cuore. Allora, perché? Siamo adulti per finta, invecchiati i volti e ingrigiti i capelli, pingui i fianchi, ma deboli di desideri, stanchi di sfide.
Incontrare un bambino, un ragazzo, credere in lui, proporgli una strada perché scopra la realtà, perché cammini verso un destino felice, è una sfida esaltante. Occorre essere saldi, e felici a nostra volta.
Occorre avere un significato da proporre. Questo vale per genitori e insegnanti, preti e suore, catechisti e dirigenti di società sportive.
Un significato più forte del nichilismo che impera. Più forte di chi s’indigna perché qualcuno ha osato ricordare che chi studia non è uno sfigato. Più forte di chi ti induce a credere che se sei volgare finisci in tivù, e ci fai i soldi, e se sei donna, basta imporre tette e gambe, altro che fare le secchione sui banchi.
I nostri figli sono lo specchio di quel che una generazione di adulti ha mostrato come valore, come impegno.
O cambiamo noi, o scandalizzarci dei maestri cattivi non servirà a nulla. Da punire, senz’altro, ma altri ne seguiranno, sempre di più. Bisogna essere molto amati, per saper amare. Bisogna avere maestri da seguire, per essere maestri. Ognuno cominci a cercare per sé.
07:26 Scritto da: max0712 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala |
| OKNOtizie | |
Facebook |
